IL SUO RIFLESSO

IL SUO RIFLESSO  
Lo aveva fatto a causa delle convenzioni sociali, non per se stesso, ma per gli altri e, se fosse stato in sé in quel momento, questo lo avrebbe fatto sentire incoerente, finto, ma non era in sé, quindi si sentì perfetto.
Se solo avesse saputo che il motivo per cui lo aveva fatto non interessava a nessuno, forse non lo avrebbe fatto, o forse lo avrebbe fatto comunque ma con uno spirito diverso.
Iniziò a pensare a quando tutto ebbe inizio, ultimamente ci pensava spesso, era quasi un'ossessione, setacciava i suoi ricordi alla ricerca di qualcosa che neanche lui sapeva.
Quando il suo era ancora un corpo "normale", osava dire "perfetto nella sua ordinarietà", non era particolarmente bello, nessuna si sarebbe voltata a guardarlo, ma a qualcuna piaceva e questo gli bastava per mantenere ad un buon livello la sua auto stima.
Poiché per lui l'autostima si poteva solo misurare attraverso gli occhi degli altri, non i propri, d'altra parte questo è un errore comune ed è inevitabile.
"Se vivessi su un'isola e fossi l'unico abitante, mi importerebbe?" si chiese squadrandosi allo specchio "certo che no! Ma sono sulla terra ferma e non sono solo, questo è il problema..".
Guardò il lavandino, ogni pezzo era perfettamente pulito.

Era estate quando si rese conto per la prima volta che qualcosa stava cambiando. Era in piscina. Uscendo dall'acqua si vide riflesso su una vetrata. Qualcosa era “assente”. Strizzò gli occhi per guardare meglio, ma niente, non riusciva a capire. Era come quando scrivendo invertiva due lettere, poi riguardando la parola sentiva che c'era qualcosa fuori posto, ma finché non la riguardava lettera per lettera, non individuava l'errore. Percepire qualcosa fuori posto, senza sapere cosa.
Si perse nei propri occhi riflessi dal vetro, proprio come ora, davanti allo specchio.
Gli occhi bruciavano, era perché aveva smesso di sbattere le palpebre o il cloro della piscina? Li strofinò, qualcuno lo chiamò alle sue spalle, si distrasse dai suoi pensieri e se ne allontanò.
Questo fu per lui il punto d'origine.
Alcuni mesi dopo il disagio si fece più palese. Aveva solo vent'anni.
Il primo dottore lo calmò, dicendo che non era niente, si focalizzò invece su qualcosa di più evidente.
Il secondo capiva cosa c'era che non andava ma non sapeva il perché, consigliò un placebo.
Il terzo lo spinse a fare delle analisi, ma i risultati furono inconcludenti. Lui stava bene.
Gli anni passarono ed ogni anno egli non smise mai di cercare, un dottore si susseguì all'altro, uno più specifico dell'altro, ma sempre senza risultati.
Erano passati sei anni da quell'estate in piscina. Ora vedeva la differenza con tale chiarezza che era diventata un punto fermo della sua vita. Non usciva di casa senza passare davanti allo specchio, non parlava con nessuno senza prima aver controllato il suo aspetto nei minimi dettagli.
Meticolosità è un termine che si lega a doppio laccio con ossessione.
C'era una ritualità quasi religiosa in quello che faceva, in quel susseguirsi di gesti ritrovava un po' di tranquillità.
Nel tempo aveva perso la fiducia nella medicina, in ogni sala d'aspetto in cui era stato aveva lasciato un pezzo di speranza sfogliando una rivista.
Per questo fu sorpreso quando il decimo dottore, per primo, diede la diagnosi.
In quell'istante si rese conto quando fosse importante un nome. A volte conoscere un nome, ci da un senso di maggiore controllo, soprattutto se quel nome lo si è cercato a lungo.
In quella parola gravavano sei anni di dottori, di sale d'aspetto, di prelievi, di ansie, di impotenza e di specchi.
Quel senso di forza e possessione si dissolse ben presto appena scoprì che non c'era una cura.
Avrebbe voluto prendere quella parola, schiaffarla in un panino e mangiarla. Frantumarla tra i denti, renderla poltiglia, deglutirla, digerirla ed espellerla. Ma non poteva.
Tornò a guardarsi allo specchio come prima. Sapeva che quella cosa aveva a che fare solo con il suo aspetto fisico, che non lo rendeva inabile, che non era trasmissibile e non causava la morte, ma non poteva smettere di pensarci.

Un giorno uscito da un drugstore conobbe una ragazza. Non era particolarmente bella, né istruita, ma c'era qualcosa nel suo carattere che lo fece innamorare. Si videro spesso nei seguenti giorni.
Dopo una settimana lei gli chiese del suo problema, di punto in bianco.
A lui si gelò il sangue. Si irrigidì, stitico di parole rispose sforzandosi di non dare peso alla cosa. Si nascose dietro un dito, pensando di essere invisibile. Ma era nudo.
Quella notte lei dormiva accanto a lui. Lui non dormiva. Si alzò a prendere un bicchiere d'acqua dal bagno adiacente. Lo specchio malamente illuminato lo rifletteva, i suoi occhi stanchi bruciavano, come quella volta in piscina. Ancora una volta non sapeva se era perché si era dimenticato di sbattere gli occhi o era la stanchezza. Sbatté gli occhi e lasciò la stanza. Tornato in camera la guardò per un attimo, posò il bicchiere sul comodino.
Mise un ginocchio sul letto, con la mano sinistra afferrò un cuscino. Lo pose sopra il volto di lei, Elise sembrò iniziare a svegliarsi, ma in quel momento anche la mano destra afferrò il cuscino. Il suo corpo contratto era diventato un macigno. Lei si agitava convulsa. Lo graffiò sulle braccia e sul volto. Per un attimo le sue mani sembrarono venir meno, ma furono solo pochi istanti. Spinse fino a quando tutto non fu calmo.
Tolse il cuscino.
Vedere il volto di lei lo inorridì. Cadde dal letto. Rialzatosi corse in bagno, accese la luce, lo specchio gli mostrò il mostro. Il viso paonazzo, la pelle sudata, i pori aperti e gli occhi rossi. Si sciacquò il viso. Chiuse gli occhi. Si concentrò, quella frenesia si pensieri e sentimenti poteva essere messo in ordine solo grazie alla creazione di un rito provvisorio. Ordinò i pensieri prima in pochi concetti, poi in una lista di priorità.
La doccia fu la prima cosa.
Ne uscì meno sudato, ma non meno sporco. I suoi occhi bruciavano.
Tornò nella camera da letto. Albeggiava. Alcuni raggi di luce colpivano il corpo scomposto di lei.
Il suo corpo, benché senza più vita, era perfetto.
Lui fece un caffè. Lo sorseggiò mentre la guardava. Lavò la caffettiera e il bicchiere, ripose il cucchiaino nel cassetto e cercò il coltello per la carne. Non lo trovò, si chiese stizzito dove fosse finito, ma non lo ricordò, così prese un coltello da pesce.
Salì in camera. Ancora nudo, con l'asciugamano legato alla vita affondò il coltello nel corpo di lei.
Il coltello faticava a tagliare, d'altra parte quello non era un pesce. L'asciugamano si slegò, cadendo sul letto.
Dopo un'ora era tutto lì disposto sul letto. Ciò che le aveva rubato era quello che lui aveva perso a causa del suo problema. Gli occhi bruciavano da impazzire. Li sfregò, ma le mani erano ricoperte di sangue e non fece altro che peggiorare la situazione.
Portò tutto in bagno, sciacquò tutto, con meticolosità.
Prese quei brandelli e li “provò”.
Era di nuovo perfetto.
Per la prima volta dopo anni si sentiva normale, poteva uscire senza preoccuparsi.
Scese le scale che portavano alla porta d'ingresso. Per la prima volta non si controllò allo specchio accanto alla porta. Afferrò la maniglia, aprì la porta. Il suo corpo nudo al sole sembrava brillare.
La strada di periferia era poco trafficata, d'altra parte erano le sei del mattino.
I suoi occhi bruciavano, ma questa volta sapeva che era a causa del sole.
Con passo solenne uscì, sicuro di sé come non era da anni.

No comments:

Post a Comment